Kose: “L’individualismo è una forma di protezione fasulla”

Come annunciato in questo articolo, è disponibile su tutte le piattaforme digitali “Guernica“, il nuovo intenso singolo di Kose, accompagnato dal videoclip ufficiale visibile qui.

Il brano, prodotto da Cosmophonix Production, è un emozionante racconto in musica di amore, altruismo, introspezione e ricerca di quella “luce” interiore che ci consente di liberarci da una condizione di smarrimento, dalle catene di odio, rabia, giudizi e pregiudizi, ritrovando non solo noi stessi, ma anche l’altro, perché, indipendentemente dal credo religioso, ciascuno di noi ha bisogno del proprio prossimo per vivere una vita degna di essere considerata tale.

Un artista che punta a smuovere le coscienze attraverso testi ricercati ma al tempo stesso diretti, sinceri, un artista che invita tutti noi a vivere nell’Amore, in ogni sua forma, dimensione e declinazione.

Ieri abbiamo avuto il piacere di intervistarlo; di seguito, quello che ci ha raccontato.

Kose – Intervista.

Ciao Gianluca, benvenuto su Musica In Contatto e grazie per questa intervista. E’ appena uscito il videoclip di “Guernica”, il tuo nuovo singolo, un brano che a noi ha colpito sin dal primo ascolto per intensità, sincerità, maturità autorale e produzione. Ci racconti com’è nato?

Ciao, grazie a voi per questa opportunità e per la vostra stima! “Guernica” è nato per “caso”. Stavo percorrendo la Via Aurelia, costeggiando a tratti il Mar Tirreno ed ero particolarmente sereno per svariati motivi. La sera precedente avevo tenuto un concerto in una parrocchia in provincia di Roma ed il giorno seguente, mentre guidavo, ripercorrevo con la mente le innumerevoli esperienze che mi erano capitate fino a quel momento. Avevo stupore e gratitudine nel cuore. Proprio quel giorno ricevetti una strumentale, diversissima da quelle su cui ero abituato a fare rap e subito dopo il primo ascolto, ho preso il registratore vocale ed ho cominciato ad improvvisare. Una volta arrivato a Mantova, città in cui vivo, avevo entrambe le strofe ed il ritornello.

Nel brano paragoni la città iberica Guernica, distrutta da un bombardamento aereo nel 1937 e nota ai più per l’omonima opera di Pablo Picasso, alla società attuale, bersaglio di ogni genere di contenuto. Ma nel corso del pezzo, dai anche una “soluzione”, ovvero il ritorno ai sentimenti puri, prendendo le distanze da quell’individualismo che la società contemporanea sembra promuovere sempre di più. Come ti è venuta l’ispirazione per questo paragone e come credi si possa scardinare l’aspetto dell’individualismo, tutto ciò che è fondato sull’ego, ritornando ad una solidarietà reale e sincera?

Occorre tornare alla mia adolescenza. In quel periodo frequentavo l’Istituto d’Arte ed anche se non lo davo a vedere, stavo decisamente male. Un male da una parte tipico dell’età e dall’altra causato da alcune ferite che la vita a volte ci procura e che io avevo ricevuto. Ogni volta che guardavo il quadro di Picasso, mi ci rivedevo. Ero anche io interiormente messo così. Quindi, pensando a quel lontano terreno, fatto di macerie e paragonandolo invece a quello di oggi, che grazie a Dio, è divenuto un giardino, anche se con un mix di fiori e di rovi, il riferimento al quadro è stato del tutto naturale. L’individualismo è una forma di protezione fasulla. L’ho sperimentato più volte. Con gli anni, ho fatto l’esperienza che tutto ciò che trattengo, prima o poi lo perdo, mentre tutte le volte che mi spendo per gli altri, moltiplico quel poco che ho e che sono.

Quali sono i messaggi che vorresti trasmettere a chi ti ascolta, attraverso la tua musica?

Anzitutto scrivo per me, per non trattenere spenta una parte che mi appartiene e che ho riconosciuto molto tardi di possedere. Vorrei che chi mi ascoltasse si riconoscesse nella mia esperienza, mi farebbe piacere che si creasse un ponte.

Ti sei avvicinato alla cultura Hip Hop da ragazzino, cosa pensi dell’attuale scena italiana?

È passata un’eternità da quando ho conosciuto quella magnifica cultura (ride). È stato come un miracolo. Ho conosciuto prima il rap, tramite il programma Mtv Yo raps. Sono rimasto folgorato. Successivamente, un amico di scuola con cui avevo nel frattempo iniziato a fare delle rime, mi ha portato in un parco dove si allenavano dei B-Boys storici della mia città e che divennero presto amici e punto di riferimento per me e per molti altri di quell’epoca. Ero un giovane annoiato nella metà degli anni ’90. Non mi piaceva la discoteca. Non suonavo la chitarra. La scuola mi pareva un carcere. Gli adulti cinici e giudicanti. Tutto mi pareva asfissiante. L’Hip Hop è stato un luogo di approdo naturale in cui mi sono sentito subito a casa. Era un modo per distinguersi da tutti e poter essere accettato proprio per la tua diversità, anzi, la diversità era proprio il tuo punto di forza. C’erano writers, MC’s, DJs, B-Boy’s. Lo scambio era bellissimo. Era tutto molto originale. Lì mi sentivo io al 100%. Sono stati anni incredibili e di cui sono grato. Oggi non so nemmeno se esiste ancora una scena Hip Hop, credo di si. Io però non la frequento più da almeno 10 anni. Perché ho cambiato gusti, prospettive, amicizie. Resto comunque legatissimo al mondo urban. Oggi vedo che l’Hip Hop ha fatto breccia ovunque e questo mi fa molto piacere. Sono quasi vent’anni che nn cambio il guardaroba (ride)!

Nel 2003, un’esperienza particolare, ti ha portato ad intraprendere un cammino personale, arduo e molto intenso, che ti ha avvicinato, giorno dopo giorno, alla Fede. Se te la senti, ci racconti brevemente cos’è successo e che spazio, ad oggi, occupa la Fede nella tua vita?

Questa esperienza fa da spartiacque tra un prima ed un dopo. Ritengo sia stato il dono più grande che potessi ricevere. Non ho cercato nulla di quello che mi è capitato. È stato un incontro, diciamo pure irruento ed imprevisto. Difficile da spiegare in poche parole. Ho fatto l’esperienza di un Amore immenso, non giudicante e soprattutto liberante. Da quel lontano 2003 ho abbandonato molte delle cose che ritenevo uniche ed importanti, per dedicarmi ad una ricerca, forse inusuale per molti, ma troppo bella secondo me, che è la ricerca della propria vocazione. Si potrebbe tradurre come la ricerca della mia speciale parola da dire al mondo. Prima però, ho dovuto conoscere molte cose che per pregiudizi vari ignoravo. Non conoscevo nulla delle religioni e soprattutto della fede in Gesù. Zero. Tabula quasi rasa. Ero un cosiddetto indifferente. Ateo per partito preso. I miei interessi erano principalmente rivolti ad un mio benessere personale. Volevo solo godermi la vita. All’inizio del mio cammino di fede, conobbi un sacerdote straordinario, che mi ha fatto crescere umanamente e dal quale ho accettato l’invito di partire per un breve periodo in un monastero. Lì ho fatto degli incontri stupendi; un giorno mi piacerebbe raccontare tutto, magari in un libro. Al rientro, ho rallentato la mia vita. Sono stato in ascolto. Stavo benissimo. Ero felice. Nello stesso tempo, ho dovuto prendere in mano le molte ferite e starci dentro, lasciarmi guarire. Ma la vita mi stava riservando altro. Mi sono iscritto all’Istituto Superiore di Scienze Religiose. Sono diventato insegnante di Religione alla Scuola Primaria. Una cosa davvero incredibile per me che ho sempre odiato la scuola come istituzione che spesso premia il buon viso e che non ha tempo per curare chi ha un passo diverso. Non amo le generalizzazioni e quindi mi fermo qui, rischierei di cadere nell’equivoco. Un giorno parlerò anche di questo. La fede è un cammino. La mia esperienza è in divenire. Inizialmente credevo di dovermi guadagnare la stima e l’amore di Dio, ma questa modalità è autoreferenziale. Cadendo più e più volte, ho fatto l’esperienza che Dio è Padre. Noi siamo figli chiamati ad essere luce. Lasciamoci amare. Questa è la cosa più difficile, ma è liberante. Non siamo noi a darci la vita. Io, almeno, non ci riesco. La fede è quindi un dono a cui devo tutto.

Nonostante ciò, non ti definisci un “rapper cattolico” e nemmeno un rapper a tutti gli effetti, almeno, non simile a svariati tuoi colleghi che al giorno d’oggi si definiscono tali e questo proprio per i concetti che esprimi nei tuoi testi. e per la tua conoscenza del genere, della cultura underground e di tutte le sue sfaccettature. Come ti definiresti?

Il rap è anzitutto un mezzo. Da adolescente ho fatto moltissimo freestyle. Ho partecipato a qualche battle. Ma le esperienze della vita mi hanno portato lontano dall’ambiente della strada, direi altrove. Ed è proprio quell’altrove che voglio comunicare. Non mi sento rappresentante di una scena. Certo, le mie influenze musicali sono lì, nel Rap, nella Balck Music in generale. Oggi giro con una band e non solo con un DJ. Inoltre, non mi sono mai piaciute certe dinamiche e certi discorsi tipici di chi appartiene a determinati generi. Ognuno rivendica coerenze e stilemi a cui non mi voglio allineare. Voglio essere libero di parlare a tutti, sganciato da tutto. Questa libertà interiore è un dono, frutto di molti anni di scelte e fedeltà ad un mio preciso percorso. Esiste il genere Cristian Music anche in Italia ed ha dei rappresentati molto validi ed a cui devo molto, perché il mio primo disco, ad esempio, è stato distribuito da un’etichetta di musica cristiana. Però il mio percorso è diverso. Non è che siccome uno tratta un argomento di fede, automaticamente quello che fa appartiene al genere Cristian Music. Certo, la mia musica risentirà per forza di quello che vivo. Posso addirittura aggiungere che tutto quello che artisticamente mi è accaduto, ha del Provvidenziale. Se penso agli incontri ed agli incastri della vita, ci vedo per forza la mano di Dio, ma non so se questo possa essere il fattore determinante per dire che faccio musica cristiana. Scrivo così, mi esprimo così. Voglio essere anzitutto autentico. Tutto il resto è un di più. Se da quello che scrivo tu fai un’esperienza arricchente, io sono stracontento, ma una dicitura particolare od un’etichetta precisa, sinceramente, ora come ora, le trovo limitanti, perché mi inglobano in un genere in cui adesso non mi riconosco. Do molta importanza alle scelte autentiche, perché so che quelle saranno la mia verità. Detto questo, rispetto tantissimo sia il genere Cristian Music che i rapper di strada. Entrambi hanno la loro motivazione di esistere. Comunque a questo punto, chiamatemi come volete (ride).

Quali sono, se ci sono, le tue influenze musicali?

Le mie influenze musicali sono esclusivamente di Black Music. Sono stato un grande fan dei The Roots, dei Digable Planets, dei Public Enemy, di Common, di Nas, Jay Z, Lauryn Hill e molti altri rappers, ma ho ascoltato anche tantissimo Soul come Marvine Gaye, Nina Simone, James Brown, ma anche Jazz, Funk, Reggae. Oggi apprezzo moltissimo artisti come Meek Mell, Kendrick Lamar, Anderson Paak, The Internet, la bravissima Rapsody. In Italia, invece, apprezzo Ghemon, Davide Shorty, Frankie hi-nrg, Amir Issa, ma apprezzo molto anche i Coma-Cose, Simone Cristicchi, Niccolò Fabi, Tommaso Paradiso, Jovanotti, tantissimi altri a dire il vero. L’elenco è lunghissimo. C’è tanta bellezza in giro.

C’è qualche artista con cui, in futuro, ti piacerebbe duettare?

Sai che nn ci ho mai pensato (ride)? Mi sembrano, giustamente, tutti più straordinari di me. Spero che in futuro possa accadere di duettare con qualcuno che stimo artisticamente. Magari!

Quanto credi che la musica, al giorno d’oggi, possa influenzare la società?

Sarebbe ipocrita pensare che la musica non influenzi. I suoni e le parole, sono potenti. L’Arte, in generale, dovrebbe trasportare in un altrove. È un circolo virtuoso e vizioso insieme. L’Arte, la società la rivela, ma anche la restituisce cambiata. Può proporre un diverso modo di intenderla. Può denunciarne i mali, ma può anche rivelarne il bello nascosto. Io mi fido dello spirito critico delle persone, che va comunque educato.

Com’è il tuo rapporto con i Social? Pensi possano essere un ottimo trampolino di lancio per i giovani artisti, oppure, al contrario, che diano l’idea illusoria che tutti possano farcela?

Con i Social ho avuto un pessimo rapporto. Per dieci anni ho fatto la scelta di non avere un profilo e nemmeno di sbirciare quello degli altri. È stata una scelta felice. Mi sono dedicato ad altro. Poi però, per promuovere la mia musica e per incontrare anche solo virtualmente amici e sconosciuti, è stato un passaggio obbligato e devo dire che è una grande opportunità. A mio avviso, va vissuta la frequentazione Social con il dovuto distacco. Facile per me che ho quarant’anni, sicuramente difficile per un adolescente che pende dalle conferme esterne. Mi rattrista molto il dibattito aggressivo, polemico ed il male gratuito di alcune persone, pertanto sto ancora molto volentieri assente dai Social. Instagram mi piace. Comunque può essere un grande trampolino, anche se il migliore di tutti, a mio avviso, per chi fa musica, è farla dal vivo. Salire sul palco ed esibirsi. Lì cresci e diventi un artista.

E più in generale, in un mondo in cui molti – giovani e meno giovani – pensano di arrivare al successo senza troppi sacrifici, impegno e dedizione, quanto pensi sia ancora importante dedicarsi allo studio e fare delle rinunce per inseguire i propri sogni?

Senza sacrifici non si ottiene mai nulla. Senza la dedizione e lo studio non vai molto lontano. Il talento va curato. Tutto ciò che si costruisce senza queste premesse, è destinato a crollare. Come sempre, esistono le eccezioni, i colpi di fortuna, ma, anche in quel caso, devi comunque mantenere accesa la fiamma con sudore e impegno.

13. Tre aggettivi per descrivere Kose e la sua musica.

Difficilissima domanda….Direi riflessivo/a, autentico/a, libero/a.

Hai già in mente progetti per il futuro?

Attualmente sto lavorando al nuovo album e sono davvero contento di come sta venendo.

Ultima domanda: sogni nel cassetto?

Ne ho molti, ma non te li dico (ride).

 

Si ringraziano Kose e, come sempre, l’Ufficio Stampa Music & Media Press.

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