Disconnesso racconta “1 Milione”: «La vera trappola è credere che basti una cifra sul conto per stare bene»
Cosa cambierebbe davvero con un milione sul conto?
Da questa domanda nasce “1 Milione”, il nuovo singolo di Disconnesso, pubblicato da Trinacria Label Ent. e primo capitolo di “Picchetto”, concept album di prossima uscita che girerà attorno alla metafora della vita come scommessa.
Il cantautore romano racconta il denaro non come soluzione, ma come una delle illusioni più radicate del nostro tempo: l’idea che basti una vincita a mettere ordine nelle paure, nei rapporti, nelle assenze e in tutto ciò che continua a restare irrisolto.
Nell’intervista ci parla della storia vera da cui nasce parte del brano, delle notti trascorse nei bar di Roma, del significato del nome Disconnesso e di ciò che ha scelto di mettere in gioco con questo nuovo progetto.
Buona lettura!

“1 Milione” nasce attorno alla fantasia di una vincita capace di cambiare tutto. Ma, ascoltando il brano, si ha la sensazione che il desiderio non sia davvero diventare ricchi: sia finalmente smettere di avere paura. È così?
In realtà nel pezzo voglio smontare proprio quell’illusione lì — quella che ci vende la società, che i soldi risolvano tutto. Ci mettiamo una vita a rincorrerli convinti che dall’altra parte ci sia la pace, e invece che succede? Ti tolgono due o tre pensieri, quelli concreti, la bolletta, l’affitto — ma non è vero che ti salvano. Anzi, rischiano di cambiarti, di allontanarti proprio da quello che conta davvero. Quindi no, non è la paura la protagonista nemmeno — è la trappola: pensare che basti un numero sul conto per stare bene, quando in realtà quel numero può anche portarti lontano da te stesso.
Nel pezzo il denaro sembra assumere quasi il valore di una promessa affettiva: poter proteggere qualcuno, garantire un tetto, impedire nuove lacrime. Quanto c’è di romantico e quanto, invece, di disperato nel voler salvare una persona attraverso una vincita?
Non li separerei mai, i due piani — anzi, secondo me sono la stessa cosa vista da due lati. Ti racconto una storia vera, perché è lì che ho capito questa cosa. Ero al liceo, reduce da una serata, mi ero fermato alla stazione di Trastevere per un caffè. Lì conobbi un barbone che tutti chiamavano “er Braciola” — un enfisema polmonare, un bypass, una salute che stava in piedi per miracolo. Aveva un figlio, e si avvicinava il suo compleanno. Non sapeva come fargli un regalo. Allora fece una cosa che non dimenticherò mai: si rivolse a sua madre, morta da tempo, e le chiese di fargli sognare dei numeri. Li giocò. Vinse seicento euro. E con quei soldi comprò il regalo al figlio. Ecco, quella storia per me è la definizione esatta di romantico e disperato insieme — non sono due sentimenti diversi, sono lo stesso gesto guardato da fuori o da dentro. Da fuori sembra disperazione, un uomo agli ultimi respiri che chiede aiuto ai morti per una schedina. Da dentro è solo un padre che vuole fare un regalo al figlio e usa l’unica strada che gli resta. “1 Milione” nasce anche da lì: dalla convinzione che la scommessa, quando è fatta per amore di qualcun altro, non è mai davvero un vizio.
La copertina racconta una scena già accaduta o sul punto di accadere: il bancone, il liquore, le banconote, la schedina “Regina di cuori”, la regina degli scacchi caduta. Qual è la storia che si nasconde dietro quell’immagine?
Non è una serata precisa, è la sintesi di tante — di tutte le notti passate nei bar della mia città, dove il liquore resta sempre uguale mentre cambiano le facce intorno, e le banconote spiegazzate passano di mano come se fossero l’unica lingua che quel posto capisce davvero. La schedina “Regina di Cuori” ce l’ho messa perché in certi banconi il gioco non è mai solo un vizio, è quasi un rituale. E la regina degli scacchi caduta…Quella la lascio interpretare a chi guarda.
Hai scelto di chiamarti Disconnesso in un’epoca in cui siamo tutti costantemente raggiungibili, esposti e chiamati a raccontarci. Da cosa senti il bisogno di disconnetterti davvero?
Mi disconnetto prima di tutto dal bisogno di essere sempre presentabile. Online sei costantemente in vetrina, e la vetrina non ammette la paura di cui parlavamo prima — ammette solo la versione già editata di te. Ma c’è anche un discorso più grande: questo mondo iperconnesso non mi piace, è diventato sinonimo della frenesia in cui viviamo tutti — sempre reperibili, sempre in scroll, sempre un contenuto da produrre o da consumare. E in mezzo a tutto questo rumore ci si dimentica di rallentare, di fermarsi un attimo e chiedersi cosa conta davvero. “Disconnesso” nasce anche da lì: è un invito, prima a me stesso e poi a chi ascolta, a staccare la spina ogni tanto — non per isolarsi, ma per guardarsi dentro. Quello che canto è quello che non posterei mai come storia Instagram, ed è forse per questo che ha bisogno di una canzone invece che di un post.
Chi sono i personaggi che popolano il tuo bar ideale e quali storie ti hanno insegnato di più?
Nel mio bar ideale non manca mai qualche buon amico — quelli con cui basta uno sguardo al bancone per capire come è andata la giornata, senza bisogno di spiegarla. E poi c’è sempre lo svitato di turno, quello che ogni pub ha il suo: la maschera che fa ridere tutti ma che, se ci fai caso, ha sempre qualcosa di vero da dire in mezzo alle scemenze. Il resto lo fa la gente normale — quella che magari non parlerà mai con me, ma che osservo, che studio, di cui mi immagino le storie. Un modo di stare seduto, un gesto ripetuto, una battuta buttata lì al banco: sono loro il vero materiale grezzo delle mie canzoni. Il bar, in fondo, è l’unico posto dove ancora oggi la gente si racconta senza filtri — ed è lì che vado a rubare le storie vere.
1 Milione” parla anche di una partita giocata con regole stabilite da altri. Ti è mai capitato, nella musica o nella vita, di avere la sensazione che il risultato fosse già deciso prima ancora di scendere in campo?
Sì, ed è una sensazione che credo appartenga a molti, non solo a me. Viviamo in un sistema dove il risultato dipende sempre meno da quanto uno è bravo, da quanto ci mette impegno o cuore, e sempre di più da regole scritte da altri, prima ancora che si scenda in campo. Ci si allena, si studia, si migliora — ma poi capita di accorgersi che la partita si gioca già con un tabellone truccato, dove chi ha in mano le leve del gioco decide come e quanto si possa correre. Non è vittimismo, è solo lucidità: il talento da solo, in certi contesti, non basta più. E forse è proprio questa la condizione più comune oggi — giocare una partita sapendo che le regole non sono uguali per tutti.
Il brano apre il percorso verso “Picchetto”, un concept album cucito attorno alla schedina e alla vita intesa come scommessa. Che cosa stai mettendo realmente in gioco con questo disco: il tuo futuro artistico, una parte privata
Non scelgo tra le tre cose che elencate — le gioco tutte sulla stessa schedina. Il futuro artistico è la posta visibile, quella che si vede da fuori. Ma sotto c’è la domanda più scomoda: se dopo aver messo tutto questo a nudo, valeva la pena tentare. E quella non la saprò prima di aver vinto o perso la mano. Ma in fondo il bello, quando giochi sul serio, è proprio questo: non è il risultato a dare senso alla giocata — è il coraggio di farla comunque.
Immaginiamo per un momento che quella vincita arrivi davvero. Dopo aver sistemato tutto ciò che oggi ti preoccupa, che cosa resterebbe irrisolto anche con un milione sul conto?
Sistemate le bollette, l’affitto, le notti insonni per i conti che non tornano — resterebbe comunque tutto il resto. Perché quello, l’ho capito scrivendo il pezzo: i soldi tolgono i pensieri concreti, ma non toccano quelli veri. Non risolvono una relazione che non funziona, non riportano indietro chi non c’è più, non ti dicono chi sei quando smetti di correre. Anzi, un milione sul conto rischia di essere pericoloso proprio per questo: ti dà il tempo e i mezzi per guardarti dentro, ma nessuna garanzia che ti piaccia quello che trovi. Ecco perché “1 Milione” non è una canzone sui soldi. È una canzone su tutto quello che i soldi, alla fine, lasciano scoperto.
Si ringrazia Disconnesso per la collaborazione.
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