Trame oscure e pareidolie: viaggio nell’universo di Finalmick

«L’imperatrice ha perso il suo regno, eppure cammina ancora». È questo il battito cardiaco di “Empress“, primo singolo che anticipa l’album di debutto di Finalmick, “Pareidolia”. Un’opera prima ambiziosa, in uscita questo autunno, che smonta i confini stilistici per abbracciare l’alternative metal, l’elettronica e la synthwave. Dietro questo progetto c’è Finalmick, classe 1999, cantautore e produttore nisseno che ha fatto della vulnerabilità mascherata da mito la propria firma autoriale. Abbiamo tracciato una rotta attraverso i suoi pianeti sonori, per capire cosa si nasconde dietro questa urgenza espressiva.

A seguire, la nostra intervista all’artista.

“Empress” segna una sterzata verso l’alternative metal, attraversato da elettronica e synthwave. Quanto conta, nel tuo modo di produrre, l’idea di creare non solo una canzone, ma una scena, un ambiente, quasi una colonna sonora?

Per me conta molto, quando produco e scrivo una canzone non penso solo al fatto che ci sia solo una canzone dietro ma molto di più, mi piace il fatto di crearci pure un universo attorno come se tutto fosse narrato in un film, il cui posto da protagonista il più delle volte preferisco lasciarlo all’ascoltatore stesso.

Nel caso di “Empress” ho volutamente creato quell’atmosfera di viaggio che vuole dare l’effetto di uno sbalzo tra l’energia del metal e la magia dei synth, tra il sound cupo delle strofe che parlano in modo pessimista e l’effetto potenza dei ritornelli e del bridge che invece parlano di rinascita.

Hai scelto di non raccontare il dolore in prima persona, ma di affidarlo alla figura di un’imperatrice che perde il proprio regno e vaga in un territorio sconosciuto. Perché, per te, il racconto simbolico riesce a dire qualcosa che il diario personale rischierebbe di rendere troppo esplicito?

Se avessi raccontato il tutto dalla mia prospettiva secondo me sarebbe rimasta soltanto la mia storia, molto spesso mi piace raccontare certe cose poco semplici tramite delle figure o personaggi in modo da potergli dare un significato “universale” e fare in modo che l’ascoltatore possa sentirsi coinvolto. Ho provato a scriverla dal mio punto di vista ma suonava un po banale, metterla sull’idea di creare un personaggio ed ispirarne una storia in parallelo dall’esterno mi aveva convinto di più. Proprio perché pensavo fosse coerente per l’idea che “Pareidolia” sia un universo, una raccolta di mondi, stili, forme e prospettive.

Nel parlare della tua musica usi un’immagine: sentirsi “come un alieno in una stanza piena di persone”. Quanto questa sensazione di disallineamento ha inciso sulla nascita di Finalmick?

Ha inciso tanto, la nascita di Finalmick sotto il contesto artistico è stato un motivo per spiegare in versi e strofe tutto quello che non riesco mai a spiegare in prosa.

Il disco si intitola Pareidolia, un termine che evoca la tendenza del cervello a riconoscere forme familiari in schemi casuali. Possiamo considerare questo album come un tentativo di dare un senso, una forma e una rotta ad emozioni, immagini e pensieri che all’inizio erano più difficili da decifrare?

“Pareidolia” è un progetto che prende il caos di ognuno di noi, gliene da una forma in base a quel che ognuno di noi vede e cerca di metterlo in ordine. Nel mio caso ho preso le mille cose che volevo fare, che volevo essere e gli ho dato un senso dandogli un ordine e un contesto creando un universo basato sul viaggio che ho fatto in tutta la mia vita fino ad oggi.

Tra i tuoi riferimenti citi New Years Day, Get Scared e The Birthday Massacre. Cosa hai assorbito da questi mondi sonori e cosa, invece, hai cercato di spostare dentro una direzione più personale?

Dai loro mondi sonori ho assorbito molto in fatto di stilistica di sound, ritmica e melodie. Ho reso personale il tutto col mio modo di scrivere e mischiare i diversi colori di queste band tra le tante, mischiare il sound grintoso e aggressivo dei Get Scared e Dei New Years Day e fonderlo col sound dreamy dei The Birthday Massacre così da creare uno stile tutto mio.

“Pareidolia” viene descritto come un album composto da brani molto diversi tra loro, quasi fossero pianeti separati. Come si mantiene una riconoscibilità artistica quando si attraversano generi così differenti?

Secondo me è quello che scrivi, quello che crei, lo stile che porti e quello che lascia la tua musica dopo l’ascolto a renderti riconoscibile, nel mio caso resta sempre coerente l’uso massiccio dell’elettronica in tutte le canzoni che scrivo e compongo io. Quasi tutti gli artisti che mi piacciono fanno da sempre cambi o mix di generi eppure per me restano comunque riconoscibili, mi ispiro prevalentemente a questo tipo di artisti e per questo seguo la loro idea, non voglio sembrare ripetitivo, sono tanti i generi che mi hanno influenzato, per questo sperimento e mi piace.

In “Empress” c’è il messaggio “Arrendersi significherebbe perdere definitivamente”. La tua musica non cede mai al cinismo, pur raccontando abissi profondi. Dove trovi il confine, nella tua scrittura, tra l’essere viscerali e il risultare retorici?

R: Nel mio caso metto in tavola le mie idee e quello che provo direttamente su un testo perché quel che scrivo viene da un qualcosa di reale, da qualcosa che ho vissuto io o che hanno vissuto le persone attorno a me, senza forzare messaggi che voglio trasmettere, nel caso di “Empress” se trasmette speranza è proprio perché nasce da una lotta realmente affrontata e vinta. Nella mia musica, sebbene ci siano talvolta elementi o figure di fantasia, racconto storie realmente accadute ed emozioni vissute e le racchiudo in delle canzoni.

Vieni da Caltanissetta, una realtà lontana dai centri più esposti dell’industria musicale. Quanto la provincia ha inciso sul tuo bisogno di creare un mondo sonoro personale, in cui rifugiarti ma anche riconoscerti?

Ha inciso molto anche se penso che la creatività non dipenda molto dal luogo in cui si nasce, Caltanissetta mi ha insegnato ad essere indipendente, a lavorare sodo, ad avere la determinazione giusta per raggiungere i miei obbiettivi. A mio parere è proprio quello che si riesce a costruire come percorso artistico a fare la differenza, indipendentemente dalla città di provenienza. Se sono quel che sono adesso, una parte del merito va proprio alla città in cui sono nato e cresciuto.

Il progetto Finalmick nasce nel 2019, partendo da YouTube e arrivando poi agli inediti, a due EP e a diversi singoli. Guardando indietro, qual è l’errore che oggi consideri più importante per la tua crescita artistica?

L’errore più grande è stato l’aver avuto paura di mostrami davvero per come sono, all’inizio avevo sempre quella costante paura di sbagliare, col tempo ho capito che questa paura non porta a divertirsi al 100%, una volta superata questa cosa che sembra un ostacolo impari a lasciarti andare e inizi ad essere più autentico. È un artista quello che sono ed è proprio questo che mi fa sentire qualcuno.

“Empress” è dedicata a chi sta lottando e a chi si sente fuori posto. Se dovessi immaginare l’ascoltatore ideale al primo ascolto, dove lo collocheresti e in quale momento della sua vita vorresti che questa canzone arrivasse?

Vorrei che, appunto, arrivasse in un momento in cui l’ascoltatore, trovandosi in un periodo buio, sta cercando di ritrovare se stesso, la mia canzone non vuole dare risposte, vuole essere una colonna sonora del viaggio verso la rinascita dell’ascoltatore.

 

Si ringrazia Finlamick per la collaborazione.

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