Pagano: “Cerco di scrivere canzoni che mi piacciano e piacciano a chi le ascolta. In questo senso, forse, sono Pagano di nome e di fatto, o quanto meno, mi piacerebbe esserlo”

Pic by Giorgia Borneto

E’ disponibile in tutti i digital stores da oggi, martedì 27 Ottobre, “Ci Diamo” (The prisoners records/The Orchard), il nuovo singolo del talentuoso cantautore genovese Pagano.

Il brano, che si muove tra influenze urban e cantautorato pop, con un timbro inconfondibile in bilico tra Alex Turner e Alberto Fortis, racconta la rabbia contro il tempo che non ci appartiene, contro la sveglia che ogni mattina suona sempre troppo presto. Un mondo afoso e cementificato che cambia, ma non evolve. Un’identità in crisi, che si rassegna contro la voglia di ridere e sperare in un futuro migliore. La speranza è quindi nel domani, nell’agire, nell’appropriarsi del mondo. La nostalgia è una sconfitta, oggi più che mai c’è da darsi, e allora ci diamo.

In occasione dell’uscita del brano, abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con l’artista; di seguito, la nostra intervista.

Pagano – Intervista.

Ciao e grazie per questa intervista! Può essere che tu sia pagano di nome e di fatto? Ci dai una tua definizione personalissima del termine “pagano”?

Ciao ragazzi, grazie a voi! La mia idea di fare musica va contro a tutti quei dogmi che l’industria discografica impone. Non voglio dare punti di riferimento, non inseguo né il successo, né i soldi. Cerco solo di scrivere canzoni che mi piacciano e piacciano a chi le ascolta. In questo senso, forse, sono Pagano di nome e di fatto, o quanto meno, mi piacerebbe esserlo.

Come nasce un brano di Pagano? E quando ne sentiremo altri?

Solitamente da una melodia, che se mi rimane in testa ha le potenzialità per diventare una canzone. Con Gabriele Pallanca di Genova Records e Michele Bitossi di The Prisoner Records, i miei angeli custodi, stiamo mettendo i puntini sulle “i” ad altri due brani. Intanto continuo a scrivere. La speranza è di farli uscire il prima possibile.

Portaci un giorno in studio con te. Che cosa vedremmo?

Me e Gabriele stanchi per la giornata di lavoro appena trascorsa davanti allo schermo di un computer. Non molto Rock n’ Roll, ma, incredibilmente, ne usciamo sempre con la sensazione di aver fatto qualcosa di bellissimo e, personalmente, la prima cosa che faccio è salire in macchina per ascoltare immediatamente il risultato in loop fino a casa.

Leggiamo che tra le tue influenze c’è anche Alex Turner. Che rapporto hai con gli Arctic Monkeys? E con il loro ultimo disco? E riguardo la polemica che ha scatenato il loro ultimo album (di chi li accusava di essere cambiati troppo), cosa pensi?

Non posso essere obbiettivo, sinceramente. Da quando vidi per la prima volta su MTV il video di “I Bet You Look Good On The Dancefloor”, per me è stato amore. Per quanto mi riguarda, se facessero un album di musica medievale, sarebbe comunque un capolavoro. Ovviamente dell’ultimo lavoro mi è piaciuto tutto: canzoni, concept e stile. Non credo che i nostri gusti ed aspettative si debbano imporre sull’artista. Alle persone piace lamentarsi: se non si cambia mai sei noioso, se si cambia troppo deludi. Si fa musica per se stessi, poi viene il pubblico.

E di Alberto Fortis invece, che ci racconti?

È un discorso diverso. Non è una mia associazione od una mia passione, ma ho apprezzato molto la comparazione. Più di una persona ha notato una somiglianza vocale con Alberto Fortis. Mi piace perché è una voce fuori dal coro e che sorprende molto per vocalità, melodie e contenuti. Per cui ringrazio chi ha sentito una somiglianza, mi tengo stretto il complimento.

Ha ancora senso parlare di “indie” e, soprattutto, chi è “indie”?

Se n’è parlato molto. Credo che l’unica cosa che si possa sottolineare è che “indie” è un atteggiamento, non un genere musicale. Se faccio parte di una casa discografica indipendente, ma che ragiona da major, inseguendo solo fama e guadagno, prescindendo da qualsiasi fine artisico, la parola “indie” non ha ragione d’esistere. Forse si collega alla prima domanda che mi hai fatto. Fare quello che ci piace senza paura o costrizioni di alcun tipo è essere indipendenti. Forse essere Pagano vuol dire essere “indie”.

 

Si ringraziano Pagano e, come sempre, l’Ufficio Stampa Astarte.

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