Rocco: “Il mio ultimo singolo vuole difendere il mondo in cui credo: un mondo in cui le idee si combattano con altre idee”

Rocco è un cantautore originario di Reggio Emilia, capace di cambiare radicalmente atmosfere anche da un brano all’altro. Dopo “La pelle non mente“, singolo solare e sentimentale, ha infatti sorpreso tutti con “Il terzo like“, pezzo di strettissima attualità.

“Il terzo like” parla del grave pericolo in cui versa oggi la libertà di informazione e del ruolo dei Social Media. Una sorta di censura dovuta anche ad “algoritmi di un’intelligenza stupida”, come dice la canzone.

Ieri abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con l’artista; di seguito, la nostra intervista.

Rocco – Intervista.

Ciao Rocco e grazie per questa chiacchierata. Ci racconti com’è nato “Il terzo like”, il tuo nuovo singolo?

Ciao, grazie a voi! Da grande volevo fare il giornalista. Poi la vita mi ha portato altrove. In compenso ho frequentato Scienze della Comunicazione all’Università di Pesaro-Urbino e recentemente mi sono laureato in Psicologia. Il mio percorso di studi e di vita hanno affinato la mia sensibilità al tema della libertà di informazione e di espressione, con un’attenzione ancora più marcata alla manipolazione informativa ed alle tecniche per disattivare il pensiero divergente dal gruppo sociale. Perciò, forse è stato quasi naturale per me maturare un pezzo come “Il terzo like”, che difendesse il mondo in cui credo: un mondo in cui le idee si combattano con altre idee, in cui “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita per fartelo dire”, un mondo in cui la Stampa sia davvero il quarto potere, il cane da guardia del potere e non asservita ad esso od agli interessi economici e d’altro genere dei soggetti che ne detengono le proprietà (con lapalissiani conflitti d’interesse).

“Il terzo like” è un grido d’allarme nei confronti della censura nei Social. Visto il momento così popolato di fake news, non pensi che tutto sommato un minimo controllo non sia un male?

Già l’08 Gennaio 2017, sul Washington Post, il più diffuso ed antico giornale di Washington, noto tra l’altro per l’indagine sul Watergate che portò alle dimissioni del presidente Nixon, comparve un articolo intitolato It’s time to retire the tainted term ‘fake news’ (È tempo di mandare in pensione il corrotto termine ‘fake news’). Nell’Ottobre 2018, il governo britannico ha deciso che il termine “fake news” non sarebbe stato più usato nei documenti ufficiali in quanto “termine scarsamente definito e fuorviante che comprenderebbe una varietà di falsa informazione, da un errore genuino fino all’interferenza straniera nei processi democratici”. Fatta questa premessa, vorrei rispondere alla domanda con quanto espresso più volte da Noam Chomsky (“il più grande intellettuale vivente” secondo il New York Times), ovvero che che se accettiamo la censura del pensiero politicamente scorretto, dobbiamo anche ammettere che stiamo dalla parte di Goebbels e Ždanov. Essi non avevano alcun problema a far pubblicare le idee che piacevano a loro e con le quali erano d’accordo. Un paio di mesi fa, centinaia di stimati intellettuali negli Stati Uniti, hanno sottoscritto una lettera a difesa della libertà di espressione, nella quale, tra le altre cose, si legge: “Se abbiamo imparato ad aspettarcelo da parte della Destra radicale, va detto che un atteggiamento censorio si sta ora diffondendo molto di più nella nostra cultura. Intolleranza per i punti di vista contrari, ostracismo ed umiliazioni pubbliche, la tendenza ad annullare questioni complesse di politiche pubbliche nel quadro di una stringente certezza morale. Noi sosteniamo il valore di una contro-narrazione forte, anche caustica, proveniente da ogni direzione. Ma è diventato fin troppo comune assistere a richieste di castighi rapidi e severi per ogni presunto abuso della libertà di espressione e di opinione. […] Ci sono direttori che perdono il lavoro per aver pubblicato articoli controversi; libri che vengono ritirati perché ritenuti non autentici; giornalisti ai quali non è permesso scrivere su alcune tematiche e professori che sono sottoposti a indagine per aver citato brani di letteratura in classe. Un ricercatore è stato licenziato per aver fatto circolare uno studio che era stato anche sottoposto a peer-review. I capi di alcune società vengono estromessi a causa di quelli che, in certi casi, sono solo manifestazioni di goffaggine. […] Questa atmosfera soffocante finirà per danneggiare le battaglie più importanti della nostra epoca. La restrizione della possibilità di esprimersi, sia che provenga da un governo repressivo o da una società intollerante, va sempre a colpire chi ha meno potere e rende tutti meno capaci di partecipazione democratica. Per sconfiggere le idee sbagliate bisogna smascherarle, servono il ragionamento e la persuasione. Non cercare di silenziarle o aspettare che spariscano. Noi rifiutiamo ogni falsa scelta tra giustizia e libertà: nessuna delle due può esistere senza l’altra. In quanto scrittori, abbiamo bisogno di una cultura che ci lasci spazio per sperimentare, per assumere rischi e anche per sbagliare.”
Invito tutti a leggere il resto della lettera per averne un quadro più completo e per comprendere meglio la mia posizione in merito. I Social Media sono solo la parte più evidente di una questione morale che abbraccia tutto il mondo dell’informazione. Certo, poi ci sono la questione “algoritmi” e quella dei “reati” con le relative sanzioni, ma questa non è la sede per dilungarci oltre.

Hai usato anche simbologie piuttosto “forti” per il singolo. Hai avuto a tua volta problemi di censura?

Sì. Mi è stato richiesto di cambiare la copertina perché gli stores e le piattaforme si streaming avrebbero rifiutato di pubblicarlo. La copertina originale aveva una “f” nera al centro del cerchio bianco. Questi elementi erano stati definiti “rimandi espliciti al nazismo”. Così ho dovuto sostituire la “f” con un pollice. Ovviamente basta leggere il titolo della canzone per cogliere l’assonanza con “il terzo Reich”. Non è certo un’apologia del nazismo. È esattamente il contrario. È sufficiente ascoltare il brano per capirlo. Non comprendo come si possa anche solo pensare di censurare una copertina per il semplice fatto che potrebbe ricordare il nazismo. Secondo questi canoni, capolavori come Schindler’s List o La vita è bella andrebbero eliminati dagli stores e dai cataloghi delle piattaforme di video on demand.

So che hai in programma altri singoli. Ci anticipi qualcosa?

Il prossimo pezzo è in uscita a Novembre. Sarà qualcosa di molto meno politicamente scorretto, a mio avviso qualcosa di assolutamente esilarante, ancor più per chi mi conosce bene. Ma sono certo che, mi sia concessa la provocazione, nel mondo “ipocritamente corretto” in cui viviamo, sapremo trovare qualcosa da ridire anche sul prossimo singolo. Vi dico solo che uscirà il 02 Novembre, il giorno dei morti!

Si ringraziano Rocco e, come sempre, l’Ufficio Stampa Level Up.

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