La recensione di “The Craft” dei Centochili: ritrovare nella cultura hip hop una parte di sé
Con “The Craft”, i Centochili riportano il beat al centro. E lo fanno con un disco che dell’hip hop riprende la sostanza, non solo i riferimenti: boom bap classico, anima soul, collaborazioni distribuite tra Italia, Stati Uniti ed Europa, e soprattutto un’idea di produzione che rimette in primo piano la coerenza del suono, una precisa fedeltà di linguaggio e una direzione ben riconoscibile
Nato da un’idea coltivata per oltre dieci anni e riaperta quando sembrava ormai archiviata, “The Craft” non si limita a recuperare un progetto lasciato in sospeso, ma lo porta a compimento arricchendolo di incastri e aperture che trasformano un’idea iniziale in un album vero e proprio. Il titolo, da questo punto di vista, dichiara già moltissimo sul concept: “Craft” non indica soltanto il fare, ma un modo di fare. Rimanda alla cura, alla costruzione paziente, alla competenza tecnica, a un’artigianalità sonora fedele a una precisa idea di hip hop. Più che guardare indietro, i Centochili scelgono di riaffermare un metodo, un metodo che conoscono bene.
Il duo, cresciuto tra dj set, graffiti e cultura street, mette in fila un album che affonda con naturalezza nel boom bap classico, nell’hip hop soulful e in una sensibilità conscious mai ostentata. Il punto interessante, però, non è soltanto il richiamo alla tradizione, quanto il modo in cui questa tradizione viene trattata: il legame con l’hip hop classico si sente, senza bisogno di sottolinearlo troppo. I beat sono caldi, compatti, materici, e portano con sé quell’idea di produzione analogica che oggi, in un panorama digitale spesso schiacciato sulla rapidità e sulla standardizzazione, non è così scontata.
Il singolo estratto “Waoh”, feat. Casual e Meddaman, funziona bene come presentazione del progetto. Non soltanto per il peso dei nomi coinvolti, ma perché lascia già intuire il baricentro dell’album: un suono saldo, radicato, capace di guardare alla golden era senza trasformarla in citazionismo facile e scontato. La presenza di collaborazioni internazionali importanti — da Afu-Ra a REKS, da Craig G a Illa Ghee, passando per Heather Victoria, Eddie Kaine, Rasheed Chappell, SmooVth e altri ancora — amplia notevolmente il respiro del disco, senza però alterarne la coerenza. Al contrario, contribuisce a confermare che “The Craft” non nasce come semplice raccolta di featuring, ma come progetto con un’identità già chiara a monte.

Accanto agli ospiti statunitensi ed europei, la presenza di pesi massimi del rap-game italiano come Jack the Smoker, Frank Siciliano, Amir Issaa, Zampa ed Egreen, contribuisce a costruire un collante, un ponte credibile tra la scena locale e una visione più ampia, in maniera decisamente naturale. Non c’è nessun desiderio di “internazionalizzare” artificialmente il progetto; c’è, semmai, la dimostrazione che un certo linguaggio hip hop, quando è solido, non ha bisogno di giustificarsi.
Anche sul piano simbolico, “The Craft” lavora in modo molto coerente. La scelta di una copertina dalla texture metallizzata e imperfetta, capace di restituire un’immagine riflessa e mai del tutto nitida di chi osserva, non è un dettaglio da poco. È il prolungamento visivo di ciò che il disco prova a fare: riproporre l’hip hop come cultura in cui riconoscersi, non in forma idealizzata, ma dentro qualcosa di ruvido, reale, non levigato. È una scelta che fonde estetica e contenuto, e che rafforza l’idea del disco come oggetto pensato, curato in ogni sua parte e non semplicemente pubblicato.
Più che sull’effetto sorpresa, “The Craft” lavora sulla credibilità. E oggi non è poco. In un contesto in cui molta musica viene immessa nel flusso con l’urgenza di occupare spazio, Centochili scelgono invece di dare forma a un album che sembra chiedere ascolto nella maniera più semplice e più difficile insieme: facendo bene ciò che decide di fare. Senza bisogno di piegarsi a un linguaggio altro.
Per questo “The Craft” è un disco che può parlare non soltanto agli ascoltatori più vicini alla cultura hip hop, ma anche a chi continua a cercare nella musica una questione di identità, mestiere e riconoscibilità. Perché il suo nucleo più riuscito sta proprio nell’idea che tornare a una certa grammatica non significhi tornare indietro, ma ritrovare un punto di verità. E, forse, anche una parte di sé.
Si ringrazia come sempre l’Ufficio Stampa Comdart per la collaborazione.
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