“Don’t worry”, ma tranquilli non lo siamo più: guerre, attacchi di panico, scadenze e dipendenze in 16 tracce su tutto ciò che ci impedisce di esserlo
Don’t worry, ovvero non preoccuparti. Due parole che si pronunciano spesso con leggerezza, anche quando le ragioni per preoccuparsi non mancano affatto.
Nel nuovo album del rapper modenese d’adozione mantovana PZ, il “Don’t worry” del titolo si scontra continuamente con tutto ciò che rende difficile stare davvero tranquilli: il lavoro, le scadenze, gli stipendi che non bastano mai, il poco tempo, la paura di non farcela e quella sensazione costante di dover gestire troppe cose. Intanto sul telefono scorrono guerre, violenza, truffe e vite che sembrano sempre migliori della propria.
Sedici tracce in cui l’artista dice di prendere la vita come viene mentre racconta gli attacchi di panico, osserva un mondo che sembra riuscire a restare “Trankilo” anche mentre cadono bombe in Ucraina e a Gaza e racconta una quotidianità nella quale comprare a rate è normale, le scadenze si accumulano e perfino pensare ai propri problemi può diventare qualcosa che «non ci si può permettere».
E quando la sensazione è quella di essere “Solo contro il mondo”, dopo aver messo in fila sconfitte, rabbia e desiderio di rivalsa, il traguardo finisce per restringersi e riuscire a dormire un’ora in più al mattino basta già per essere contenti.
Più che mettere in musica l’ansia come concetto, il disco evidenzia ciò che la pressione produce concretamente in una giornata qualunque. In “Fatti miei” PZ va al lavoro e si copre i tatuaggi perché sa che il modo in cui appare può ancora determinare il modo in cui verrà guardato. Parla di vestiti eleganti e scarpe consumate, di quello che si è guadagnato e del valore attribuito a ciò che si possiede.
In “Telefonino”, invece, il rapper emiliano prende di mira un oggetto che ormai concentra dentro di sé quasi tutto: denaro, conversazioni, immagini, relazioni, distrazione e dipendenza. Lo smartphone diventa la nuova televisione, il portafoglio, il passatempo, il luogo in cui ci si informa e quello in cui ci si perde. Intorno, persone che attraversano la strada senza alzare gli occhi dallo schermo, bambini che imparano osservando adulti sempre connessi, profili controllati ossessivamente, truffe che colpiscono dall’anziano al più giovane e perfino una grafia che si disimpara perché si scrive sempre meno a mano. Non è una condanna della tecnologia, ma il ritratto di un’abitudine talmente radicata da non accorgerci quasi più di quanto abbia cambiato il nostro modo di vivere e di relazionarci con gli altri.
Ne viene fuori una persona adulta che continua a lavorare, pagare, rispondere, reagire istintivamente e andare avanti mentre le cose da gestire aumentano.

L’album è nato in un periodo che PZ stesso definisce buio, segnato da tensioni personali alle quali si sommava la necessità di continuare con la vita di tutti i giorni. La scrittura è arrivata rapidamente: alcuni pezzi in pochi minuti, altri in mezz’ora, seguendo i beat inviati da Gloomy Note, al secolo Leonardo Visan, con il quale il rapper ha sviluppato nell’ultimo anno e mezzo una collaborazione sempre più solida. Da una quantità molto più ampia di materiale sono rimaste sedici tracce, registrate all’interno dello studio domestico che PZ aveva realizzato cinque anni fa e che ora dovrà smontare in seguito al trasferimento imposto dall’aumento dell’affitto. Anche questo dettaglio finisce, indirettamente, in “Don’t Worry”, un disco sul tentativo di trovare stabilità realizzato in uno spazio che, proprio mentre l’album arriva alla fine, sta per scomparire.
L’artista ha seguito personalmente registrazione, mix e master, lavorando sulle sedici tracce fino alle ultime settimane prima dell’uscita. Gloomy Note firma la produzione, donando al progetto un impianto sonoro di matrice trap e drill, sul quale PZ mantiene una scrittura che arriva da oltre vent’anni di rap. L’incontro tra i due evita però la distinzione tra “vecchia scuola” e linguaggi contemporanei: l’obiettivo dichiarato è dimostrare che produzioni attuali e testi impegnati non siano affatto incompatibili.
Lo stesso stato di allerta che attraversa il disco trova una prosecuzione anche sul piano visivo. “Don’t worry” è infatti accompagnato da una trilogia di videoclip ufficiali collegati tra loro, iniziata con “Paura”, proseguita con “Solo contro il mondo” e conclusa con la title track, che porta avanti lo stesso filo narrativo dell’album.
Nel primo capitolo, “Paura”, PZ appare legato a un palo all’interno di una sorta di laboratorio, circondato da figure in camice. Non è chiaro se qualcuno stia cercando di salvarlo o di tenerlo prigioniero. Accanto a lui compare la pole dancer Marta Bressanin, mentre attrazione, controllo e costrizione finiscono per sovrapporsi nello stesso spazio.
In “Solo contro il mondo”, girato alla Italian Defence Academy di Mantova con la partecipazione, tra gli altri, del fighter Luca Tarabori, la narrazione prosegue attraverso un immaginario legato al combattimento, fisico e mentale.
Con “Don’t worry” il percorso si chiude tra uno studio di tatuaggi e un parcheggio nel quale alcune figure vestite da medici tornano a cercare PZ. Personaggi e situazioni ricompaiono da un video all’altro, creando una continuità che lega paura, isolamento, controllo e tentativo di restare padroni della propria vita.
Se la trilogia chiude il racconto visivo di “Don’t worry”, è “Voglio urlare” a chiudere quello musicale. E lo fa con un rovesciamento che sintetizza bene tutto ciò che è venuto prima. Il brano comincia dalla stanchezza di chi sente di aver fatto molto e continua a domandarsi quanto sia servito. Il titolo prometterebbe un’esplosione, ma la canzone prende una direzione diversa: dopo aver ripetuto il desiderio di urlare, PZ sceglie il silenzio davanti a chi alza la voce senza avere nulla da dire.
“Don’t worry” non giunge a una serenità conquistata e non pretende di spiegare a chi lo ascolta come raggiungerla; piuttosto, racconta che cosa significa cercarla mentre intorno continuano ad accumularsi lavoro, paura, aspettative, soldi da far bastare, relazioni da gestire e un mondo che entra ogni giorno dentro uno schermo, allontanandoci sempre di più da ciò che ci circonda.
Alla fine, quel “Don’t worry” non significa che non ci sia nulla di cui preoccuparsi, ma continuare comunque, senza lasciare che tutto ciò che ci preoccupa finisca per fermarci.

A seguire, tracklist e track by track del disco.
“Don’t worry – Tracklist”
1. Solo contro il mondo
2. Bipolare
3. Non sono bravo (feat. Matt)
4. Don’t worry
5. Combina guai
6. Trankilo
7. Paura
8. Cortina
9. Non cambia (feat. Manny Rivera)
10. Fatti miei
11. Ora tarda
12. Tossico
13. Mood
14. Pollo
15. Telefonino (feat. Gordo)
16. Voglio urlare
“Don’t worry” – Track by track
“Solo contro il mondo” apre il disco con una dichiarazione di isolamento che ha però pochissimo di eroico. Essere soli contro il mondo significa aver incassato colpi, attraversato momenti di caduta e imparato a non aspettare necessariamente che qualcuno arrivi in soccorso. Dentro la durezza della scrittura affiorano dettagli che fanno parte del passato, del presente e del modo in cui si immagina il futuro: il ricordo della nonna, la stanchezza, il bisogno di dormire un’ora in più. Il combattimento evocato dal brano finisce così per assomigliare soprattutto alla fatica di continuare.
In “Bipolare” gli estremi della quotidianità diventano barre: sentirsi invincibili e, il giorno dopo, schiacciati dalle responsabilità; desiderare l’attico e ritrovarsi in un bilocale; aspirare continuamente a qualcosa in più e ricordarsi, per un momento, di ciò che esiste già. Il titolo viene utilizzato da PZ fuori dall’accezione clinica, come immagine di un’instabilità personale e sociale che il rapper aveva già affrontato nel singolo pubblicato nei mesi precedenti.
“Non sono bravo” (feat. Matt). Essere considerato “bravo” significa spesso essere accomodante, stare al proprio posto, chinare la testa. PZ rovescia il giudizio e trasforma l’accusa in una presa di posizione: se essere accettati richiede obbedienza, appartenenza al clan giusto o compiacenza, allora non essere bravi può diventare una scelta.
La title track “Don’t worry” contiene il paradosso dell’intero album. PZ ripete “non preoccuparti” mentre racconta attacchi di panico, ostacoli che ne anticipano altri e un dialogo interiore tutt’altro che pacificato. La leggerezza del ritornello entra così in attrito con ciò che accade nelle strofe: prendere la vita come viene non significa necessariamente viverla senza paura.
Autoironia e autocritica convivono in “Combina guai”, pezzo nel quale PZ si attribuisce una lunga serie di errori senza cercare assoluzioni. Il “combina guai” è l’adulto che continua a superare i propri limiti, inciampa, ricade negli stessi meccanismi e, mentre prova a capire che cosa fare “da grande”, scopre di desiderare lo sguardo che aveva da bambino.
“Trankilo”. Una vacanza, le immagini dei bombardamenti, i lavoratori nei turni festivi, i piccoli imprenditori, una quattordicesima consumata in pochi giorni. Il brano mette una accanto all’altra realtà che normalmente teniamo separate e racconta il modo in cui continuiamo a vivere la nostra quotidianità mentre altrove cadono bombe, si combattono guerre e qualcuno prova semplicemente a sopravvivere. Più il ritornello insiste su quel “Trankilo”, più la parola perde il suo significato originario e diventa il simbolo di un’assuefazione che abbiamo finito per considerare normale.
Furti, telecamere, violenza, abuso di potere, sfiducia. In “Paura” PZ osserva una società nella quale il pericolo, reale o presunto, modifica comportamenti e percezioni, fino a trasformare la prudenza in uno stato di allerta continuo. È anche il brano scelto per aprire la trilogia dei videoclip.
“Cortina” è una delle tracce più irriverenti del disco. Cannabis, abitudini, proibizionismo e riferimenti alle Olimpiadi diventano materiale per una scrittura provocatoria che utilizza doppi sensi, immagini volutamente sopra le righe e continui giochi fonetici. Il tono cambia rispetto ai brani precedenti senza interrompere il racconto di una persona che cerca, anche attraverso l’eccesso, un modo per staccare.
Rate, scadenze, poco tempo, necessità economiche e dipendenze sono i temi centrali di “Non cambia” (feat. Manny Rivera), traccia che racconta una quotidianità nella quale si prova semplicemente a rimanere a galla. Il ritornello insiste su una realtà che sembra non cambiare, nonostante tutti i tentativi di sottrarsi agli stessi meccanismi. Manny Rivera porta nel brano il proprio sguardo sul riscatto, sull’autenticità e sulla distanza tra ciò che una persona possiede e ciò che realmente vale.
In “Fatti miei” PZ parte dal coprirsi i tatuaggi prima di andare al lavoro e da quell’azione, apparentemente banale, apre un discorso su pregiudizio, apparenza, denaro, successo e coerenza. Il passaggio dalla “scarpa consumata per strada” al vestito elegante non cancella ciò che è venuto prima; semmai rende ancora più evidente la distanza tra l’immagine attraverso cui veniamo giudicati e la storia che ci ha portati fin lì.
Scrivere quando gli altri dormono, registrare ancora, rimandare il sonno. “Ora tarda” fotografa uno dei momenti più istintivi del disco e racconta anche il rapporto operativo tra PZ e Gloomy Note: musica prodotta dentro giornate già piene, spesso conquistando ore che normalmente sarebbero destinate al riposo.
In “Tossico” il pregiudizio diventa quasi una gag ricorrente. PZ racconta di essere stato fermato, controllato e giudicato per il proprio aspetto fin da ragazzo, trasformando la frase “faccia da tossico” in un ritornello sarcastico. Il brano gioca sulla discrepanza tra quello che gli altri presumono di sapere guardandoci e ciò che realmente trovano quando provano a verificare.
Il basso picchia mentre intorno scorrono social, strada, fame, contratti, ricchezza ostentata e periferie. In “Mood” persone e immagini si accumulano fino a restituire un ambiente saturo, al quale PZ risponde con il linguaggio che conosce meglio, senza cercare di renderlo più educato di ciò che sente.
Essere troppo buoni, fidarsi, cascarci di nuovo. PZ usa la figura del “Pollo” per ridere innanzitutto di sé stesso e della facilità con cui si può finire dentro meccanismi già riconosciuti. Sotto la superficie giocosa rimane però una sensazione meno leggera: quella di vivere in un sistema nel quale è molto facile passare da partecipanti a “carne da macello”.
Lo smartphone è televisore, portafoglio, archivio, passatempo, abitudine e intermediario di una parte crescente della vita quotidiana. PZ e Gordo lo raccontano con sarcasmo in “Telefonino”, partendo da persone che non guardano più la strada e arrivando alle truffe online, ai gruppi silenziati, alla perdita della scrittura manuale e all’esempio dato ai bambini. Una fotografia volutamente esasperata di una dipendenza talmente diffusa da essere diventata quasi invisibile.
Il disco termina con “Voglio urlare”, brano che racchiude il bisogno di esplodere dopo aver accumulato rabbia, delusioni e tradimenti. Ma proprio quando la narrazione sembra preparare l’urlo definitivo, PZ lo trattiene: davanti a chi usa soltanto il volume della voce, sceglie di parlare più piano. Dopo sedici tracce trascorse a reagire “di pancia” a ciò che accade, l’ultima risposta cambia il punto di vista, giungendo alla consapevolezza che non sempre puoi cambiare quello che hai intorno, ma puoi scegliere come rispondere.
Si ringrazia come sempre l’Ufficio Stampa Music & Media Press.
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